Tutti i vantaggi del profilo basso

Dobbiamo stare attenti a non essere felici da far invidia.
Sai è un periodo particolare
c’è la crisi mercantile,
la gente non sta bene,
va di moda soffrire.

Dobbiamo stare attenti a non mostrarci contenti in pubblica piazza.
Ci scambierebbero per matti,
qualcuno poi ci prenderebbe in giro.
Le persone si sentono autorizzate a prendersi di confidenza con chi scherza.

Dobbiamo dunque badare bene a non stare troppo bene.
Ricordiamoci di piangerci addosso ogni tanto,
se possibile rinunciamo a qualche viaggio.
Lamentati di me con le tue amiche di quando in quando.

Va di moda la prudenza,
sono gli anni dell’invidia e della gogna.
Faremmo meglio a mantenere un profilo basso,
più che altro per rispetto.
Essere felici soltanto tutto il tempo.

Come due esaltati pazzi,
essere semplicemente da ricovero;
felici da fare vomitare i gatti.

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Contratti di affetto

Abbiamo un nuovo nato in famiglia: è arrivato ‘Contratti di affetto‘, mia nuova raccolta di racconti.

Ci troverete dentro qualche pezzo di questo blog e più di un pezzo di me.

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Grazie in anticipo a chi vorrà leggerlo, regalarlo e commentarlo.

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Dove sono quando posso

Io sono con le persone sintonizzate su un altro canale la sera della finale mondiale,
trasmettono Italia Brasile,
con gli allergici al centro commerciale.

Io sono con i single di provincia a quarant’anni,
con chi ai pranzi di Natale non risponde più alle domande,
gli esclusi ai discorsi dei grandi: le persone più interessanti.

Sono sugli autobus che alle sette di martedì sera vanno dal centro fuori dal raccordo,
nelle stazioni dove l’alta velocità non si ferma,
dentro le case sui bastioni del porto di Vittoriosa a Malta.

Sono con chi passa l’estate tra Reggio Emilia e Parma,
con chi cerca una rosticceria aperta la sera di Pasqua,
sono in macchina con chi non ha famiglia.

Sono con le donne e gli uomini solitari e soli,
gli indifferenti alle mode del momento.
Fermi a una domenica pomeriggio del tardo Novecento.

Non sono un predicatore,
un novello Gesù bambino,
sono ovunque c’è una storia particolare,
risalgo il fiume controcorrente.

Non sto ostinatamente con la minoranza,
ma con chi poco o nulla gliene importa.

La sera coglioni e la mattina leoni

Avrei voluto conoscerti prima,
quando andavo ai concerti,
ascoltavo le canzoni deprimenti,
credevo alle leggende metropolitane
e ai sogni,
riuscivo a dormire fino a tardi,
bevevo fino a rischiare di rompermi i denti,
saremmo stati perfetti.

Avrei voluto conoscerti prima,
prima di visitare città importanti,
scoprire insieme patroni e visconti,
rinfrescarci dal caldo con gli idranti,
bere una birra gelata con gli studenti,
chiamare per scherzo il servizio clienti,
fare l’amore dentro l’università sui pavimenti,
ma ogni età hai i suoi miti e i suoi santi.

Avrei voluto vivere con te gli anni migliori,
dai 25 ai 30.
Sempre insonne, senza mai stancarmi,
bruciare, ridere, fottermene degli impegni,
ma forse ci saremmo consumati in fretta.
Oggi saremmo nella lista dei rimpianti.

Avrei voluto conoscerti prima,
per non correre il rischio poi di non conoscerti più.
Giocarmi le mie carte, perderti,
stramaledirti, dimenticarti.

Ascoltami, guardaci: non ci siamo persi niente,
siamo in tempo a fare tutto.
Prenderci il mondo andando a letto presto.

Il monumento ai cretini

C’è un aereo che parte ogni sera per Lisbona
con due posti vuoti.
Va avanti e dietro così da un anno e tre mesi.

Te lo immagini l’aereo strapieno con due sedili liberi?
Fila 21, posti A e B, sempre gli stessi.
Nessuno che può sedersi o sistemarci i cappotti.

Il lato finestrino che piace a te,
quello in mezzo che fingo di preferire
per fare contenta te.

Fortunato chi ha il posto accanto al nostro.
Pensa quanto spazio per gomiti e ginocchia,
e nessun rischio di chiacchierate moleste.

C’è un aereo che decolla ogni sera implacabile
dal terminal 3 di Fiumicino,
prende la rincorsa e parte senza più aspettarci.

Le hostess hanno smesso di fare gli annunci,
l’altoparlante non chiama i nostri nomi,
i viaggiatori abituali neanche fanno più caso a quel buco.

Da qualche mese su quei sedili
qualcuno ha iniziato a lasciare bigliettini e fiori.
C’è chi si ferma per una preghiera.

Due posti davanti ai quali tutti rallentano e abbassano gli occhi.
Un memoriale ai viaggi mancati, ecco cosa è diventato:
il ricordo di chi doveva partire, ma è rimasto a terra.
L’eterno monito a non rimandare nessun appuntamento.
Partire subito o fare la nostra fine.

Il monumento improvvisato a quello che potevamo essere
e non siamo stati.

I paraggi di Parigi

I paraggi di Parigi,
il pareggio di bilancio,
Paul Varlaine, Gustav Jung, Marlon Brando.

Quanti accenti, quante storie, quanti sogni.
Pensa se l’ultimo tango lo avessero girato a Perugia.

Una coppia risale le scalinate di Montmartre:
non lo sa, ma sta andando verso il mare.
Impavidi, senza costume e asciugamano:
siamo forse noi?

Baci sulla tomba di Oscar Wilde,
spari nella pancia dell’Europa.
Non avrete mai il mio odio,
non avrete mai il mio odio,
non avrete mai il mio iodio.

Cosa sarebbe con il mare Parigi?
Forse Barcellona, forse Danzica, magari Genova.
Il porto avrebbe rovinato tutto.

I parigini con le spiagge non avrebbero costruito niente,
il caldo rilassa, il lungomare sostituisce i parchi.
Le città di costa con la scusa del mare
sono tutte cementificate.

La Sorbonne, le baguette sotto le ascelle,
5 giorni e non ho visto nessuno baciarsi:
città dei single altro che dell’amore.

Il primo maggio a Parigi.
La rive gauche, la rive droite,
la Senna che ci scorre in mezzo.

Di chi è la Senna?
Dei poeti, degli studenti o dei capitalisti?
La Senna è mia che non voglio nessuna etichetta.

Lunga vita alla Senna!

Malaussène, Belleville, i Campi Elisi,
le femen, la Le Pen, le collezioni Hachette,
le pâtisserie che vendono i Mac(a)ron.

Hemingway, Verlaine, Zola, James Joyce,
Baudelaire, Baudelaire, Rimbaud.
Dov’è sepolto André Gide?
Né a Père-Lachaise né a Montparnasse.

Vedi Parigi e poi non muori,
vedi Parigi e non ti muovi,
Vedi Parigi e poi come fai a vivere altrove?

I paraggi di Parigi,
i poeti che sono vissuti a Parigi,
gli artisti che l’hanno fatta grande,
i cittadini che l’hanno protetta,
i parigini per tre giorni o cinque.

Io e te seduti per sempre ai piedi della Tour Eiffel,
come una vecchia coppia americana, turisti comuni,
schiacciati dal peso della storia e dagli acciacchi.

Vivi ancora per poco.

Partiti dalla periferia del mondo,
per scoprire come si vive,
nel posto migliore della Terra,
il giorno prima di salutarla.

Prendere o lasciare

Ti lascio dieci volte al giorno,
in media una volta ogni ora e mezza,
spesso neppure lo sai, ma succede.

Ti saluto/chiudo/prometto di non chiamarti,
sta diventando una cosa preoccupante,
credo che dovrei darci seriamente un taglio.

Perché lo faccio sul serio,
mi dispero, mi incazzo, non mangio.
Ti lascio per vedere l’effetto che fa.

Mi lasci undici volte al giorno, una in più di me,
ogni volta che scopri si trattava di uno scherzo,
mi reggi il gioco o ti arrabbi per davvero?

Continuo a lasciarti ogni pomeriggio,
spengo il telefono, mi addormento, dormo di merda,
ti sogno e mi sveglio devastato.

Urlo, sbatto la porta, ti maledico,
giuro di non chiamarti, piango,
lo racconto ai miei amici,
ascolto canzoni tristi,
posto frasi patetiche,
giuro che ti dimentico, mi pento,
provo a chiamarti, chiudo subito,
guardo il telefono, guardo fuori,
rileggo i messaggi, scrivo, cancello,
lancio il telefono sul letto,
mi tengo la fronte con una mano,
ricomincio a piangere, tiro su col naso,
provo a dormire, mi rigiro nel letto,
mi sollevo, sprofondo,
mi copro col piumone, inizio a sudare,
tiro fuori le gambe, metto la testa sotto al cuscino,
sento una vibrazione, cerco tastoni il cellulare,
rovescio il bicchiere, allago il comodino,
guardo la lista delle chiamate, era un’allucinazione,
tiro un calcio al piumone,
basta ti scrivo.

Ritorno sui miei passi come un coglione.

Conosci forse un altro modo di alimentare l’amore?