Roma

La linea della tua gamba,
il polpaccio che regge il peso del tuo corpo,
i fianchi stretti.

Il quarto dito del tuo piede,
i tuoi bicipiti, piccoli e definiti,
i capelli chiari.

Il naso che si schiaccia quando ridi.

Tu che dormi di lato.
Gli occhi verdi,
i denti bianchi,
le mani piccole e gli addominali forti.

I tuoi passi brevi e veloci.

La borsa grande,
le spazzolate forti alla mattina,
il neo dietro al ginocchio.

I miei occhi fissi sulla strada,
tu che mi fai le boccacce,
io che faccio finta di non vederti,
i binari della metro ancora caldi.

Tre minuti e siamo a casa nuova.
Sei anni insieme, ma sembra la prima sera.

9 novembre 1999

Odora di Novecento questo novembre /
Tutti i novembre puzzano di Novecento.

Le facce che ho visto,
le storie che ho dimenticato,
buchi della memoria che un tempo erano questioni di Stato.
Basta un cognome o una via per evocare mondi che credevo estinti.

È la Mitteleuropa a chiamarci dal fondo alla strada,
la borghesia ha gettato al vento la sua occasione storica,
Francesco Giuseppe reclama di nuovo il suo regno.
Budapest, Bratislava, Vienna, fin sopra i monti dell’Herzegovina.

In quest’incrocio sgombro di carri armati,
dentro i deliri di una febbre spagnola,
rivivo nitidi i fasti dell’Occidente.

Il secolo breve, gli amori lunghi,
quarant’anni insieme /
non cinquanta notti.

Un inverno che ancora faceva paura /
calosce, colbacchi e calzamaglie di lana.
Nel duemila si ambientavano i romanzi di fantascienza.

Cadono i muri,
festeggiano i mercati /
popoli divisi che unendosi tornano ad odiarsi.

Soltanto la lontananza riscalda i cuori.

Niente più lettere da affrancare,
attese che allungano gli amori
e baci promessi nei telefoni a gettone.

Non credo alle coincidenze

Ho scoperto che il tuo gomito
entra perfetto nella mia mano,
che se chiudo pollice e indice
formo una manetta intorno al tuo polso.

Ti dichiaro in arresto per attentato
alla mia civile convivenza.

Mi sono accorto casualmente
che il tuo braccio calza perfetto nel mio,
i nostri nasi si equivalgono.
I nostri profili uniti formano una faccia.

Sembriamo un’illusione ottica,
ma siamo reali.

Ho fatto caso che i tuoi occhi
arrivano all’altezza del mio mento,
sollevandoti sulle punte
mi arrivi giusta alla bocca.

Com’era quella poesia sui ragazzi
che si baciano in piedi?

Mi sono convinto a furia di guardarti
che il destino non esiste,
succede tutto per caso.

Che Dio fa gli uomini,
ma poi tocca a loro accoppiarsi.
Nessun futuro è scritto nelle stelle.

E due come noi,
checché ne dicano astrologi e benpensanti \
non possono a lungo sfuggirsi.

Futuro interiore

Che fine hanno fatto i letti
di quelle stanze dove facevamo l’amore
il secondo e terzo anno di università,
i copriletto da cameretta per bambini
e le posizioni improbabili,
i movimenti impacciati,
ci pensi mai?

Dove sono finiti i giorni passati,
gli aerei dai quali siamo decollati,
le hostess coi cappelli tinti di verde,
i camerieri-studenti dei pub di Dublino
hanno infine trovato un lavoro dignitoso?

Dove vivono oggi gli Erasmus di Siviglia,
la classe ’83, le sue leggende metropolitane
e i suoi sogni;
le eterne promesse calcistiche di chi,
quell’anno, sarebbe finalmente esploso.

È tutto perso,
come un fiume che scorre verso il mare
e non può risalire?
Le tazze sporche di caffè,
lo zucchero rimasto dentro la bustina.

Dove sono adesso quei modi di vivere e pensare?
L’imbarazzo della matricola e la supponenza del laureato.
Quel passato, ogni singolo bacio, i fiori calpestati per sbaglio, salti in braccio a tua madre, imparare ad andare in bici, togliere una rotella, cadere, il bruciore allo stomaco quando sentivi il tuo cognome.

Porte della nostalgia,
tunnel spazio-temporali che si aprono la domenica pomeriggio.
Domande senza risposta, sgambetti del passato,
occhiolini della tristezza,
dai quali per sempre /
questo è certo, ti proteggerò.

Romanzo di formazione

Avevi 6 anni nel 1993,
io 11,
una musica suona alla radio Let’s come together /
dove andiamo tutti?

Davvero non lo sapevamo.

Noi due bambini,
due tra i diecimila della nostra città,
Quanti scontri, quale destino, quali i mostri?
Chi le vittime, chi i carnefici, tra noi?

A giro tutti.

Grembiule blu, grembiule rosa
piccolo esercito di tabule rase /
quali strade prenderemo?
Dove e quando ci parleremo mai da persone adulte?

Succederà?

Io e te, giorni tutti uguali,
infinite dosi di inconsapevolezza /
non come ora.

Quante volte ci siamo incrociati in quella vita?
In che punti ci siamo già attraversati?
Io e te, adesso esseri senzienti /
nel tempo assassini, amanti, oppressori e oppressi.

Ora uno di fronte all’altro,
tutti i nostri peccati sono stati rimessi.

Un filo invisibile ci ha sempre legato.
Pensavamo di scappare e invece ci rincorrevamo.

Dentro traiettorie lunghe un quarto di secolo:
eravamo infine destinati a questo stesso punto.

Termina qui questo inseguimento,
finisce un’epoca /
inizia la nostra storia.

Il terzo mese dell’estate

Mi ricordi la primavera la sera del 22 settembre,
un’alba lontana duecento notti.

Porti l’estate con una pioggia torrenziale,
fai tracimare i fiumi,
allaghi le strade.

Mi consegni il mare proprio sotto casa.

Ricordi sensazioni mai vissute,
speranze che avevo ormai dimenticato.

La campanella del giovedì,
una vacanza nella mezzora dopo che l’hai prenotata,
Santo Stefano in rosso sul calendario,
il ripristino delle comunicazioni.

Sei la medicina senza controindicazioni,
una ricetta scritta in italiano leggibile,
l’antibiotico che fa effetto,
l’annuncio della guarigione.

Sei tra i volontari che arrivano ad emergenza finita,
quelli che scavano a riflettori spenti.
La prima pioggia autunnale che lava le foglie.

Sei un’isola al contrario:
uno specchio d’acqua in mezzo ad un mare di sabbia.
Fai ritornare il verde nei prati.

Somigli ai primi venti giorni di settembre,
una stagione virtuale:
il mese meno commerciale dell’estate.

Capodanno

Arriva l’autunno dentro al supermercato,
fuori c’è il temporale che spezza le stagioni,
ci siamo ritrovati tutti qui per caso.

Siamo bagnati, lo sguardo sconvolto,
molti in ciabatte, alcuni ancora in costume.
Siamo quelli che al tg chiamano i sopravvissuti.

C’è una cascata dentro il banco degli affettati,
le mozzarelle viaggiano veloci verso la cassa,
il freddo oggi più freddo del banco surgelati.

Cosa ci manca qui, tra cibo e ammorbidenti,
Tra donne dal trucco sfatto e uomini di casa?
A ben vedere niente.

Potremmo fermarci,
riprendere da dove abbiamo interrotto lo scorso maggio,
riscoprirci finalmente adulti.

Ricomincia la vita dentro al supermercato,
cambiano le disposizioni degli scaffali,
è così che passa un altro anno.

Tra sughi pronti e pane in cassetta,
ci rincontriamo.
Alcolici e infradito stanno in un angolo.

Io e te, lontani dalle illusioni dell’estate,
davanti all’ampia scelta di sughi pronti,
pronti per il nostro cenone di capodanno.

Che pensi del pesto senza aglio?