Il monumento ai cretini

C’è un aereo che parte ogni sera per Lisbona
con due posti vuoti.
Va avanti e dietro così da un anno e tre mesi.

Te lo immagini l’aereo strapieno con due sedili liberi?
Fila 21, posti A e B, sempre gli stessi.
Nessuno che può sedersi o sistemarci i cappotti.

Il lato finestrino che piace a te,
quello in mezzo che fingo di preferire
per fare contenta te.

Fortunato chi ha il posto accanto al nostro.
Pensa quanto spazio per gomiti e ginocchia,
e nessun rischio di chiacchierate moleste.

C’è un aereo che decolla ogni sera implacabile
dal terminal 3 di Fiumicino,
prende la rincorsa e parte senza più aspettarci.

Le hostess hanno smesso di fare gli annunci,
l’altoparlante non chiama i nostri nomi,
i viaggiatori abituali neanche fanno più caso a quel buco.

Da qualche mese su quei sedili
qualcuno ha iniziato a lasciare bigliettini e fiori.
C’è chi si ferma per una preghiera.

Due posti davanti ai quali tutti rallentano e abbassano gli occhi.
Un memoriale ai viaggi mancati, ecco cosa è diventato:
il ricordo di chi doveva partire, ma è rimasto a terra.
L’eterno monito a non rimandare nessun appuntamento.
Partire subito o fare la nostra fine.

Il monumento improvvisato a quello che potevamo essere
e non siamo stati.

I paraggi di Parigi

I paraggi di Parigi,
il pareggio di bilancio,
Paul Varlaine, Gustav Jung, Marlon Brando.

Quanti accenti, quante storie, quanti sogni.
Pensa se l’ultimo tango lo avessero girato a Perugia.

Una coppia risale le scalinate di Montmartre:
non lo sa, ma sta andando verso il mare.
Impavidi, senza costume e asciugamano:
siamo forse noi?

Baci sulla tomba di Oscar Wilde,
spari nella pancia dell’Europa.
Non avrete mai il mio odio,
non avrete mai il mio odio,
non avrete mai il mio iodio.

Cosa sarebbe con il mare Parigi?
Forse Barcellona, forse Danzica, magari Genova.
Il porto avrebbe rovinato tutto.

I parigini con le spiagge non avrebbero costruito niente,
il caldo rilassa, il lungomare sostituisce i parchi.
Le città di costa con la scusa del mare
sono tutte cementificate.

La Sorbonne, le baguette sotto le ascelle,
5 giorni e non ho visto nessuno baciarsi:
città dei single altro che dell’amore.

Il primo maggio a Parigi.
La rive gauche, la rive droite,
la Senna che ci scorre in mezzo.

Di chi è la Senna?
Dei poeti, degli studenti o dei capitalisti?
La Senna è mia che non voglio nessuna etichetta.

Lunga vita alla Senna!

Malaussène, Belleville, i Campi Elisi,
le femen, la Le Pen, le collezioni Hachette,
le pâtisserie che vendono i Mac(a)ron.

Hemingway, Verlaine, Zola, James Joyce,
Baudelaire, Baudelaire, Rimbaud.
Dov’è sepolto André Gide?
Né a Père-Lachaise né a Montparnasse.

Vedi Parigi e poi non muori,
vedi Parigi e non ti muovi,
Vedi Parigi e poi come fai a vivere altrove?

I paraggi di Parigi,
i poeti che sono vissuti a Parigi,
gli artisti che l’hanno fatta grande,
i cittadini che l’hanno protetta,
i parigini per tre giorni o cinque.

Io e te seduti per sempre ai piedi della Tour Eiffel,
come una vecchia coppia americana, turisti comuni,
schiacciati dal peso della storia e dagli acciacchi.

Vivi ancora per poco.

Partiti dalla periferia del mondo,
per scoprire come si vive,
nel posto migliore della Terra,
il giorno prima di salutarla.

Prendere o lasciare

Ti lascio dieci volte al giorno,
in media una volta ogni ora e mezza,
spesso neppure lo sai, ma succede.

Ti saluto/chiudo/prometto di non chiamarti,
sta diventando una cosa preoccupante,
credo che dovrei darci seriamente un taglio.

Perché lo faccio sul serio,
mi dispero, mi incazzo, non mangio.
Ti lascio per vedere l’effetto che fa.

Mi lasci undici volte al giorno, una in più di me,
ogni volta che scopri si trattava di uno scherzo,
mi reggi il gioco o ti arrabbi per davvero?

Continuo a lasciarti ogni pomeriggio,
spengo il telefono, mi addormento, dormo di merda,
ti sogno e mi sveglio devastato.

Urlo, sbatto la porta, ti maledico,
giuro di non chiamarti, piango,
lo racconto ai miei amici,
ascolto canzoni tristi,
posto frasi patetiche,
giuro che ti dimentico, mi pento,
provo a chiamarti, chiudo subito,
guardo il telefono, guardo fuori,
rileggo i messaggi, scrivo, cancello,
lancio il telefono sul letto,
mi tengo la fronte con una mano,
ricomincio a piangere, tiro su col naso,
provo a dormire, mi rigiro nel letto,
mi sollevo, sprofondo,
mi copro col piumone, inizio a sudare,
tiro fuori le gambe, metto la testa sotto al cuscino,
sento una vibrazione, cerco tastoni il cellulare,
rovescio il bicchiere, allago il comodino,
guardo la lista delle chiamate, era un’allucinazione,
tiro un calcio al piumone,
basta ti scrivo.

Ritorno sui miei passi come un coglione.

Conosci forse un altro modo di alimentare l’amore?

Roma

La linea della tua gamba,
il polpaccio che regge il peso del tuo corpo,
i fianchi stretti.

Il quarto dito del tuo piede,
i tuoi bicipiti, piccoli e definiti,
i capelli chiari.

Il naso che si schiaccia quando ridi.

Tu che dormi di lato.
Gli occhi verdi,
i denti bianchi,
le mani piccole e gli addominali forti.

I tuoi passi brevi e veloci.

La borsa grande,
le spazzolate forti alla mattina,
il neo dietro al ginocchio.

I miei occhi fissi sulla strada,
tu che mi fai le boccacce,
io che faccio finta di non vederti,
i binari della metro ancora caldi.

Tre minuti e siamo a casa nuova.
Sei anni insieme, ma sembra la prima sera.

9 novembre 1999

Odora di Novecento questo novembre /
Tutti i novembre puzzano di Novecento.

Le facce che ho visto,
le storie che ho dimenticato,
buchi della memoria che un tempo erano questioni di Stato.
Basta un cognome o una via per evocare mondi che credevo estinti.

È la Mitteleuropa a chiamarci dal fondo alla strada,
la borghesia ha gettato al vento la sua occasione storica,
Francesco Giuseppe reclama di nuovo il suo regno.
Budapest, Bratislava, Vienna, fin sopra i monti dell’Herzegovina.

In quest’incrocio sgombro di carri armati,
dentro i deliri di una febbre spagnola,
rivivo nitidi i fasti dell’Occidente.

Il secolo breve, gli amori lunghi,
quarant’anni insieme /
non cinquanta notti.

Un inverno che ancora faceva paura /
calosce, colbacchi e calzamaglie di lana.
Nel duemila si ambientavano i romanzi di fantascienza.

Cadono i muri,
festeggiano i mercati /
popoli divisi che unendosi tornano ad odiarsi.

Soltanto la lontananza riscalda i cuori.

Niente più lettere da affrancare,
attese che allungano gli amori
e baci promessi nei telefoni a gettone.

Non credo alle coincidenze

Ho scoperto che il tuo gomito
entra perfetto nella mia mano,
che se chiudo pollice e indice
formo una manetta intorno al tuo polso.

Ti dichiaro in arresto per attentato
alla mia civile convivenza.

Mi sono accorto casualmente
che il tuo braccio calza perfetto nel mio,
i nostri nasi si equivalgono.
I nostri profili uniti formano una faccia.

Sembriamo un’illusione ottica,
ma siamo reali.

Ho fatto caso che i tuoi occhi
arrivano all’altezza del mio mento,
sollevandoti sulle punte
mi arrivi giusta alla bocca.

Com’era quella poesia sui ragazzi
che si baciano in piedi?

Mi sono convinto a furia di guardarti
che il destino non esiste,
succede tutto per caso.

Che Dio fa gli uomini,
ma poi tocca a loro accoppiarsi.
Nessun futuro è scritto nelle stelle.

E due come noi,
checché ne dicano astrologi e benpensanti \
non possono a lungo sfuggirsi.

Futuro interiore

Che fine hanno fatto i letti
di quelle stanze dove facevamo l’amore
il secondo e terzo anno di università,
i copriletto da cameretta per bambini
e le posizioni improbabili,
i movimenti impacciati,
ci pensi mai?

Dove sono finiti i giorni passati,
gli aerei dai quali siamo decollati,
le hostess coi cappelli tinti di verde,
i camerieri-studenti dei pub di Dublino
hanno infine trovato un lavoro dignitoso?

Dove vivono oggi gli Erasmus di Siviglia,
la classe ’83, le sue leggende metropolitane
e i suoi sogni;
le eterne promesse calcistiche di chi,
quell’anno, sarebbe finalmente esploso.

È tutto perso,
come un fiume che scorre verso il mare
e non può risalire?
Le tazze sporche di caffè,
lo zucchero rimasto dentro la bustina.

Dove sono adesso quei modi di vivere e pensare?
L’imbarazzo della matricola e la supponenza del laureato.
Quel passato, ogni singolo bacio, i fiori calpestati per sbaglio, salti in braccio a tua madre, imparare ad andare in bici, togliere una rotella, cadere, il bruciore allo stomaco quando sentivi il tuo cognome.

Porte della nostalgia,
tunnel spazio-temporali che si aprono la domenica pomeriggio.
Domande senza risposta, sgambetti del passato,
occhiolini della tristezza,
dai quali per sempre /
questo è certo, ti proteggerò.